di Mario Pasi

(Pubblicato sul n. 6 di Amadeus, maggio 1990)

Il mito di Maria Callas sembra incombere sulla «Traviata»

La cantante greca ha lasciato una difficile eredità
alle interpreti che si cimentano oggi, dopo trentadue anni,
nel ruolo di Violetta.

Nei tempi (non lontani) in cui si poteva parlare di opere senza isterismi, l’idea di mettere in cartellone Traviata, da parte di ogni teatro lirico, era assolutamente normale. Il melodramma verdiano che ci racconta la tragica vicenda di Violetta Valéry, già Signora delle camelie, era amatissimo e non provocava traumi negli ascoltatori. C’erano molte signore in grado di superare le difficoltà della grande «scena e aria» di Violetta, c’erano tenori di bello smalto e anche baritoni dal nobile fraseggio.

Scena del ballo nella mitica edizione scaligera del 1955/56 diretta da Carlo Maria Giulini con la regia di Luchino Visconti.

Il pubblico, nelle metropoli e in provincia, chiudeva un occhio (o due) quando appariva in scena un grasso usignolo destinato a morire di tisi. Non ancora corrotta dal cinema, dai dischi e dalla tv, l’armata degli appassionati si lasciava cullare dalla musica (conosciuta a memoria) e guardava con indulgenza anche le pagine brutte di Traviata, dalla Provenza a Parigi o cara.

Gli ultras della lirica
La cultura italiana negli anni 30 o 40 era molto incline a rappresentarsi su stereotipi operistici. C’erano canzoni ispirate a famosi melodrammi, come Tornerai o O mia Violetta, super-trasmesse dalla radio. Adesso la Traviata è un po’ come il lupo cattivo, sempre bastonato dal porcellino saggio. E ne sanno qualcosa gli artisti capitati in serate interrotte e vilipese, a Parma e a Genova.

Maria Callas , la più celebre e celebrata interprete di Traviata.

Perché quest’opera è diventata quasi un «tabù»? Troppo facile rispondere che è difficile, che non ci sono più cantanti in grado di eseguirla bene ad alti livelli, o che è tutta colpa di Maria Callas (poi spiegheremo perché). La ragione principale è che viviamo un momento di isteria da spettacolo e da sport, fra nostalgie inutili e desideri inconfessabili (pollice verso, come è divertente, bravo Nerone!).  E che da troppo tempo ci trasciniamo in una guerra di bande, di ultrà canori, di teppismi irragionevoli. I gruppi che giravano per i teatri, in nome della Callas, magari per punire Katia Ricciarelli che osava cantare Bolena o Traviata, hanno la stessa mentalità dei tifosi delle «Curve» agli stadi.
Questi gruppi, minoranza chiassosa, hanno stabilito che, dopo la Callas, non c’è spazio per altre Violette. Follia, possiamo dire parafrasando Verdi… Certo, la grande Maria era una Violetta unica, insuperabile, emozionante. Il suo Amami Alfredo faceva correre brividi irresistibili su e giù per la spina dorsale del pubblico; scenicamente e vocalmente il personaggio usciva dalla letteratura in modo impressionante.

La vestale del tempio
Ammiratori e detrattori si azzannavano dai palchi e in platea; nessuno, però, 35 anni fa, immaginò a quali conseguenze avrebbe portato l’esaltazione collettiva, la consacrazione del mito.
La Callas divenne la Vestale del tempio lirico, e adoranti sacerdotesse cercarono di somigliarle. Il pubblico condannò al rogo, spudoratamente, le rivali. Nel dicembre 1964, malgrado Traviata fosse firmata da Karajan e Zeffirelli, perfino Mirella Freni e Anna Moffo vennero accusate di lesa maestà. Da quel momento nessuno ebbe poi più il coraggio di proporre alla Scala quest’opera proibita.

Maria Callas nella Traviata scaligera del 1955/56.

Anche in molti altri teatri italiani Traviata ebbe vita dura; comunque, poco a poco, questo titolo torna in cartellone, anche se provoca batticuore. E la Scala, dopo tanti anni, ci ha riprovato, con una compagnia di giovani (ma non inesperti) cantanti ai quali si poteva chiedere un atto di coraggio. Al pubblico, tutto considerato, astutamente si implorava un po’ di indulgenza.
Traviata è così difficile? O le voci liriche sono così decadute da non potere affrontare parti come quelle di Alfredo e Violetta? Come sempre la verità sta nel mezzo. Probabilmente una Violetta super oggi non esiste (ce ne furono poche anche in passato), mentre è quasi sparita la razza dei tenori all’italiana, come dice Giuseppe Di Stefano. Ciò non giustifica tante paure e tanti giochi di prestigio attorno a quest’opera borghese di un Verdi molto attento ai valori teatrali e ai gusti di un’epoca in rapida trasformazione.
Violetta deve avere una voce forte e dolce, a seconda dei momenti, tecnicamente pronta a superare difficoltà di ogni tipo e a fraseggiare «rotondo». È ruolo da artista completa, e pretende esperienza. Spesso abbiamo ascoltato Traviate dimezzate, ciò che al pubblico dà inenarrabili sconforti. È umano volere il meglio, ma è anche diabolico perseverare nella commemorazione, da vedovi inconsolabili, di Maria Callas, maestra d’arte ma non incline al genocidio dei soprani futuri.
Al di là dei risultati, la Scala ha avuto paura dell’ombra Callas e al tempo stesso si è data il coraggio di fare esperimenti di allevamento: la Fabbricini e la Mazzaria, o chi per esse, hanno avuto la «chance», hanno vinto una guerra di nervi, hanno avuto una medaglia al valore. Una sconfitta non sarebbe stata fatale, la vittoria avrebbe cambiato la vita. I soprani famosi in carriera potranno forse tornare sui luoghi del delitto grazie a queste giovani donne che non avevano timore di entrare nel cerchio di fuoco.