di Eugenio Montale

(Pubblicato sul n. 2 di Amadeus, gennaio 1990)

Eugenio Montale critico musicale del Corriere d’Informazione,
commenta nell’edizione del 19-20 dicembre 1960 la rappresentazione del Fidelio.
Dal volume «Prime alla Scala» del poeta genovese ecco alcuni passaggi di quella critica.

Fidelio, l’unica opera teatrale di Beethoven, non giunse alla Scala prima del 1927, direttore Toscanini; ma da allora vi è tornata più di una volta. Le ultime esecuzioni scaligere sono quelle di Perlea (1949) e di Karajan (1952). E sabato ancora Karajan ci ha riportato, sempre nell’edizione originale, quest’opera, evidentemente tra le sue predilette. Il successo è stato convenzionale dopo il primo atto: quattro chiamate determinate dalla galleria, sia pure senza intervento di claque, e un grande applauso a scena aperta alla Nilsson; poi alla chiusura dell’opera, e anche prima, alla fine dell’ouverture Leonora n. 3, un delirio di applausi e un fatto quasi nuovo: il pubblico degli abbonati invece di abbandonare la sala è rimasto a lungo in piedi acclamando il grande interprete e tutti gli esecutori. Fatto consolante, che può tuttavia verificarsi solo quando uno spettacolo finisce alle 11.40 invece che all’una di notte.

Eugenio Montale insieme a Giovanni Spadolini (direttore del Corriere della Sera dal 1968 al 1972).

Fidelio è il dramma, anzi la commedia musicale dell’amore che trionfa di ogni ostacolo: è la creazione della donna assoluta che Beethoven sognò in vita senza incontrarla (per un carattere come il suo era particolarmente difficile). Ma in Fidelio noi troviamo anche un argomento, o meglio una serie di situazioni che oggi vanno molto al di là del tema amoroso. C’è una prigione, un prigioniero innocente, forse un prigioniero politico, un tirannico capo della polizia, un coro di carcerati ch’è tra le pagine più sublimi di Beethoven, una atmosfera di sottosuolo e di desolazione: tutto ciò che occorre insomma per fare di questo Singspiel, che nel 1805 annoiò il pubblico, un’opera rivolta all’avvenire; un’opera nel 1960 può sembrare singolarmente espressionistica.
Tale non era certo l’intenzione di Beethoven: il quale prescriveva un’ambientazione realistica, cioè borghese-familiare, dei quadri che non si svolgono nel carcere; ma nella presente esecuzione lo scenografo Wilhelm Reinking si è valso di una scena unica, scomponibile in vari elementi, è vero, ma pur sempre astrattamente carceraria e funebre. Anche i costumi, di tipo fine Ottocento, non secenteschi, contribuiscono a spostare il dramma, ad ambientarlo in quel che fu chiamato il mondo «Concentrazionario» dei nostri giorni. Ma con tutto questo è singolare che la musica di Beethoven regga superbamente anche a un simile mutamento di sfondo e di prospettiva. È una musica tanto nota che insistervi in una breve cronaca sarebbe forse più impudente che imprudente. Una musica che alterna la sinfonia al Lied individuale, l’aria classica alle forme chiuse delle scene d’insieme, il semplice parlato all’arioso drammatico col concorso del coro (Florestano) o senza il coro; e che si conclude con un grande concertato su parole che sono quasi le stesse dell’inno alla gioia della Nona Sinfonia . Una musica che appartiene già al Beethoven maturo e che è teatrale solo nel senso ammesso dal Singspiel, un genere che procede per singoli momenti, per fasi successive, ma non si cura di stabilire nessi e gradazioni intermedie. Una musica di sempre, in ogni modo, come tutte le grandi sintesi irripetibili.

Eugenio Montale con Piero Ottone al Corriere della Sera.

Sotto la direzione e la concertazione di Karajan, un maestro che si avventa sul podio come il leopardo si getta sulla preda, nulla è andato perduto del carattere eroico di questa musica; mentre forse è rimasto in ombra il lato dell’idillio, che non è d’altronde il più vicino a noi. Un’esplosione di applausi quale raramente si è udita alla Scala ha salutato, dopo l’ouverture Leonora n. 3 , il maestro e l’orchestra, che pareva irriconoscibile. Ripetiamo: un delirio senza claque.
Hanno contribuito al successo l’ottimo coro, preparato a dovere da Noberto Mola, e la sobria regìa di Paul Hager. Sul palcoscenico Birgit Nilsson è un Fidelio indimenticabile per lo splendore del suono e l’ammirevole rigore dello stile vocale; anche gli altri si sono fatti onore: Wilma Lipp, ottima Marcellina, Jon Vickers, robusto Florestano, il baritono Hotter (Pizarro), il musicalissimo Gottlob Frick (Rocco) nonché i signori Crass, Unger , Gullino e Mantovani. Uno spettacolo d’insieme, come tutti gli spettacoli veramente buoni, nel quale i divi non c’erano o ce n’era una sola: la Nilsson, che ha fatto di tutto per allinearsi agli altri. Ma per una voce come la sua, e un temperamento come quello di Karajan, emergere e far la parte del leone era inevitabile.